HairBag , la soluzione per proteggere la borsa dal parrucchiere

È arrivato il salva-borsa per quando siete dal parrucchiere. Si chiama HairBag ed è un copri borsa trasparente ideato per proteggere borse e zaini dalle indelebili macchie di tinte, creme, smalti e decoloranti nei saloni di bellezza. Realizzato in pvc riciclabile e pieghevole,può essere lavato dopo ogni utilizzo in modo semplice e veloce. «L’idea risale a qualche anno fa, quando nel mio salone ho accidentalmente macchiato la borsa di una signora», racconta l’hairstyliste Alessandro Villa. 

HairBag rappresenta un’attenzione in più che il professionista sceglie di dedicare alla cliente, prendendosi cura anche di un suo imprescindibile accessorio che per molte donne non ha solo un valore materiale, ma anche emotivo. HairBag è disponibile in diversi formati per adattarsi a tutte le borse.

http://www.hairbag.it

Pcup:il bicchiere intelligente

È l’invenzione green di due ragazzi liguri: resistente e flessibile, dotato di chip, permette di risparmiare su ogni consumazione 19 grammi di plastica e 83 grammi di anidride carbonica.

Lorenzo Pisoni e Stefano Fraioli sono due ragazzi liguri di 28 anni, fondatori di Pcup, una start up che con il suo bicchiere “intelligente” promette un’alternativa ecologica ed economicamente vantaggiosa all’usa e getta. 

Il bicchiere di plastica costa poco, cinque centesimi, ma con l’utilizzo azzera il suo valore e inquina – spiega Lorenzo, amministratore delegato della società – il nostro Pcup invece costa di più, 2,50 euro, ma conviene rispetto alle alternative biodegradabili perché genera valore con l’uso, insomma fa dell’ecologia un segno più”.

Pcup infatti è dotato di un chip a cui viene associato il profilo di chi sta partecipando a un evento. Tutto attraverso un’applicazione che consente di pagare la consumazione e di ritirarla direttamente dal barista appoggiando il bicchiere al suo lettore.  

In questo modo l’esercente fa una scelta green e nel tempo dispone di un campione di dati e informazioni preziose per impostare le proprie strategie di marketing. Non solo. Risparmia sullo smaltimento, può dare ai suoi clienti informazioni in tempo reale e mostrare quanta plastica e quanta anidride carbonica sta evitando di disperdere nell’ambiente.  Per esempio, in un evento con 1200 persone, con almeno 2 cocktail a testa, si consumano oltre 2 mila bicchieri usa e getta. Ogni pezzo “costa” 19 grammi di plastica e circa 83 grammi di anidride carbonica.

Dall’altra parte il cliente, oltre a saltare le file alla cassa, entra in una community esclusiva, può sapere se ci sono suoi amici nel locale, può pagare loro da bere. E accedere al proprio contatore ecologico, cioè alle informazioni sulla plastica risparmiata in quell’occasione e da tutti i bicchieri che ha usato nel tempo.

Per questo Pcup è stato realizzato per durare il più a lungo possibile. Con il vantaggio di poter essere usato ovunque, dalle fiere agli stadi, laddove altri materiali come il vetro sono vietati per ragioni di sicurezza. Una delle sue caratteristiche infatti è la flessibilità:  può entrare in tasca, come se fosse di gomma. Ma a differenza della gomma non è prodotto usando il petrolio ed è particolarmente resistente alle alte temperature e agli agenti chimici. Inoltre può essere personalizzato con il marchio del locale o dell’evento in cui viene usato, trasformandosi in un gadget.

Il modello di business è quello del vuoto a rendere. Il bicchiere, cioè, viene dato dietro cauzione. Se non viene restituito l’esercente guadagna comunque. “In questo modo i nostri clienti possono fare anche margini piuttosto alti”, spiega ancora Lorenzo.

www.pcup.info

Honolulu questa piscina dal fondo di vetro offre le viste più spettacolari

Se sei un nuotatore che non teme le altezze, ecco una destinazione piena di avventura che potrebbe essere perfetta per te! Stiamo parlando di un nuovo edificio residenziale di 40 piani a Honolulu, a Oahu, che dispone di una piscina sospesa a 23 metri nell’aria! Sì, è giusto! La piscina che induce vertigine si estende dal settimo piano del complesso “Anaha” ed è l’ideale per coloro che desiderano avventurarsi mentre nuotano nelle acque!

Progettato dallo studio di Chicago Solomon Cordwell Buenz (SCB) in collaborazione con la ditta locale Benjamin Woo Architects, la piscina è a sbalzo da 23 metri dal suolo e presenta una base trasparente che può essere vista da entrambi i lati e il fondo. Surfacedesign, con sede a San Francisco, è stata responsabile della progettazione del paesaggio, comprese le strutture per il nuoto della piscina unica nel suo genere, che fornisce una rotazione perfetta per la sessione di nuoto regolare.

L’edificio residenziale presenta inoltre spazi pubblici disegnati ad arte, negozi, ristoranti e luoghi di intrattenimento al suo interno. Comprende anche il rivestimento in vetro verde-blu, scelto per imitare i colori del vicino Oceano Pacifico insieme a una pila di volumi con pareti curve, sfalsate l’una dall’altra per assomigliare a delle onde, che si elevano fino a 120 metri di altezza. Bene, se non c’è niente, ecco un altro motivo per visitare le Hawaii al più presto!

POMMELLA NAPOLI

Trovare un buon paio di pantaloni non è un’impresa facile. Inchiodare il santo graal di taglio, taglie e stile è uno sforzo tale che quando alla fine trovi la coppia dei tuoi sogni, non vorrai mai indossare altro. Almeno questo è il caso di Pommella Napoli, un marchio i cui pantaloni sono garantiti da desiderare – anzi, è necessario – fare scorta, tale è il suo impegno nella realizzazione di pantaloni di alta qualità, aderenti e assolutamente indossabili.  

Fondato solo due anni fa, il marchio nasce da un’idea del regista Gianluca Migliarotti – un devoto del classico stile maschile con una particolare passione per la sartoria su misura – e Lino Pommella, nato a Napoli, un artigiano per il quale la sartoria scorre nel sangue. All’età di 13 anni, Pommella ha iniziato a studiare l’arte della fabbricazione di pantaloni da suo padre, un sarto locale specializzato in tecniche tradizionali. Ha continuato a lavorare per un decennio come capo taglia pantaloni per il stimato impero sartoriale napoletano che è Rubinacci, dove ha sviluppato l’esperienza e la fiducia necessarie per saltare la nave e lanciare la sua etichetta omonima. 

Nonostante la relativa giovinezza di Pommella Napoli rispetto a molte delle sue affermate controparti sartoriali napoletane, il marchio si è già guadagnato una reputazione per la produzione di alcuni dei migliori pantaloni da uomo. Rafforzato da oltre 50 anni di esperienza nella produzione di capi su misura, c’è un chiaro rispetto per la costruzione e i dettagli, ogni coppia realizzata alla perfezione secondo il classico stile napoletano. I capi prêt-à-porter di Pommella sono adattati allo stesso standard delle sue coppie su misura, con caratteristiche di ignizione tra cui un taglio sottile, una gamba leggermente affusolata, pieghe pulite e dettagli fatti a mano come asole cucite a mano e puntine da bar. Tessuti lussuosi e estremamente confortevoli dei migliori mulini d’Europa tra cui Vengono utilizzati Fox Brothers, Vitale Barberis Canonico, Loro Piana e Drapers , con rivestimento in tessuto Thomas Mason. 

Per l’estate, l’etichetta ha esteso la sua esperienza sartoriale per includere pantaloncini eleganti perfetti per le calde giornate trascorse in città o in spiaggia. Seersucker in cotone a righe in blu, bianco e rosso rendono il vestito caldo e versatile: abbinalo a una t-shirt in cotone morbido e sneaker in pelle per un effetto casual o camicia e mocassini con colletto per affari più formali. 

In definitiva, ciò che rende Pommella così desiderabile è che i suoi pantaloni colpiscono quel punto dolce tra lusso e vestibilità. Incarnando l’eleganza senza tempo e la raffinatezza sobria, questi sono pezzi che vorrai indossare più e più volte. E con un’attenzione così attenta ai dettagli e una costruzione di alta qualità, puoi fare proprio questo.  

MODA A NOLEGGIO, TWINSET APRIPISTA IN ITALIA

Il nome della capsule è ispirato da un vecchio motivo della fine anni ’70 ‘Please Don’t Go’, ma il miraggio da conquistare sono i giovani della generazione Zeta, quelli abituati allo streaming on demand, allo sharing, al rental. Twinset, l’azienda di Carpi, nel modenese, ha deciso di tentare il business del noleggio nel mondo del fashion.

Da settembre sarà disponibile ‘Pleasedontbuy’ una collezione progettata, creata e prodotta interamente Made in Italy, e destinata esclusivamente al noleggio.

Abiti di tulle e volant, seta e cachemire, impreziositi da dettagli lussuosi, da cerimonia, matrimoni, eventi particolari che, se acquistati, costerebbero dai 900 ai 3000 euro, potranno essere ‘affittati’ ad un prezzo variabile dato 40 ai 90 euro, per alcuni giorni. “Mi piaceva anche il concetto di educare un po’ i giovani, che non possono permetterselo, alla qualità – ha detto Alessandro Varisco, ceo di Twinset – Lo so che ci sono già dei servizi di noleggio abiti, ma sono multibrand che comprano a stock, dopo che il prodotto è già stato nel boutique o negli outlet. La squadra di stilisti creerà invece la collezione solo a questo scopo, saremo il primo brand a fare questo, controllando tutto, dall’acquisto del tessuto al noleggio”.

Inizialmente saranno 21 modelli, con 3 o 4 colori diversi, dalla taglia 38 alla 48, aggiornati in modo da andare incontro alle esigenze della moda e della cliente. Da settembre avranno il loro spazio ‘Pleasedontbuy’ due punti vendita a Roma, due a Milano, uno a Firenze, Verona, Bari, e nel corner dell’Orio Center vicino Bergamo. Da gennaio il progetto si allargherà su altre città, sul web (“il futuro dello shopping”) e all’estero.

“E’ anche un servizio eco friendly – ha aggiunto il ceo – senza consumismo ma riutilizzabile”. La generazione che Twinset intende attirare è quella delle giovani sotto i 25 anni, che al momento rappresenta solo il 5% della clientela della griffe (“voglio stimolare l’azienda a parlare un linguaggio più contemporaneo”). Ma ci saranno modelli anche per donne più adulte. Il fashion rent targato Twinset prevede anche il servizio di assicurazione, sartoria e di lavaggio.

“Il mio sogno, se questa cosa prende piede, è di andare da tutti i grandi nomi e convincerli a fare una capsule così – ha concluso Varisco – noi metteremo a disposizione la nostra filiera”.

Il nuovo prodotto per la cura della pelle di Marc Jacobs

La progressione dai prodotti chimici carichi a quelli più naturali è già iniziata e il più recente su questo carrozzone è nientemeno che Marc Jacobs L’iconico marchio di moda è pronto per fare la sua incursione nel mondo della cura della pelle con la nuovissima Crema Idratante per Retexturizing Youthquake Hydra-Full. Per essere una “crema idratante multitasking”, la crema al gel è caricata con enzimi naturali.

Alimentato da enzimi di ananas, la crema Youthquake sembra fornire un’idratazione profonda e funziona perfettamente per aumentare la luminosità. È fatto con il 54% di acqua ananas enzimatica e il 5% di ialuronato di sodio incapsulato, ingredienti che promettono di fornire un’idratazione duratura fino a 24 ore. Oltre ad essere infuso con la bontà tropicale di ananas, il gel viene fornito anche con l’essenza di estratti ricchi di carambole e di dracene.

Il prodotto è privo di parabeni, ftalati, SLS, solfati, formaldeide, olio minerale e altri ingredienti controversi e si dice che sia l’ideale per pelli da normali a secche. The Youthquake Gel di Marc Jacobs è già stato utilizzato da Lady Gaga al Met Gala ed è in vendita al prezzo di € 60.00 

Può essere acquistato online su marcjacobsbeauty.com.

La spiaggia diventa plastic free

Ogni estate si produce il 30 per cento in più di rifuti di plastica, 5 kg al giorno su ogni km di costa. Sempre più stabilimenti la mettono al bando

Si moltiplicano le spiagge “plastic free”, stabilimenti nei quali la plastica e gli oggetti realizzati con questo materiale sono messi al bando, sulla scia della direttiva europea che impone di ridurre la plastica usa e getta entro il 2021 (posate, piatti, bicchieri, cannucce, ecc da sostituire con prodotti realizzati in materiali biodegradabili e compostabili). 

Spiagge “plastic free”

Tra le prime località si è distinta Rimini, che già dallo scorso 15 aprile ha vietato l’uso di contenitori in plastica usa-e-getta. Tutta l’Emilia Romagna ha messo a punto un progetto, chiamato Plastic free 2023, che prevede politiche analoghe, così come ha fatto anche buona parte del litorale ligure: a Vernazza (Cinque Terre) già dal 1° gennaio 2019 tutte le attività commerciali e di ristorazione hanno vietato gli oggetti monouso in plastica. Da Lerici (Levante) ad Andora (Ponente) si moltiplicano gli stabilimenti balneari dove campeggiano cartelli con divieto di uso di bicchieri e posate in questo materiale.

Si chiama Pelagos Plastic Free, invece, il progetto dell’isola d’Elba, dove i comuni di Porto Azzurro, Capoliveri, Marciana Marina e Campo all’Elba hanno scelto prodotti riutilizzabili o compostabili anche nei supermercati.

Stessa linea per altri litorali come quelli delle Marche e del Lazio, dove a Sperlonga, ad esempio, si accede solo con borse della spesa e contenitore di carta.

In Campania, a Ischia e Capri multe salate (fino a 500 euro) per chi usa prodotti non riciclabili. La Puglia è stata poi la prima regione a bandire gli oggetti monouso in plastica, non solo nelle spiagge attrezzate, ma anche in quelle libere, con controlli rigidi e attenzione particolare alle isole Tremiti, dove lo scorso anno sono state trovate concentrazioni di microplastiche tra le più elevate d’Italia. Politiche analoghe sono state adottate anche in Sardegna (da Olbia a Stintino, fino a Carloforte) e in Sicilia, dove i divieti a San Vito Lo Capo sono scattati il 1° maggio scorso mentre a Taormina entreranno in vigore da agosto.

Estate, più inquinamento su spiagge e mari

 Francia, Italia e Turchia, affacciati sul Mediterraneo, producono oltre 24 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno” spiega il WWF. “Il problema aumenta in estate con un flusso turistico che fa salire del 30 per cento la produzione di rifiuti plastici. Il nostro Paese produce 4 milioni di tonnellate di plastica all’anno, dei quali l’80 per cento proviene dall’industria degli imballaggi. Ogni anno solo l’Italia riversa in natura mezzo milione di tonnellate di rifiuti plastici.  

Il nostro Paese produce oltre 4 milioni di tonnellate di rifiuti, dei quali l’80 per cento proviene dall’industria degli imballaggi. Ogni anno solo l’Italia riversa in natura mezzo milione di tonnellate di rifiuti plastici. L’emergenza cresce durante il periodo estivo. “I cittadini e i turisti, la maggior parte provenienti da Francia, Italia e Turchia, producono nei mesi estivi il 30 per cento in più rispetto al resto dell’anno” spiega il WWF.

Più sensibili al problema?

 “Quella della plastica è una vera emergenza, una delle sei più grandi problematiche globali e viene sicuramente percepita di più rispetto al cambiamento climatico, su cui c’è un forte negazionismo da parte del mondo dell’industria. Chiunque di noi può vedere il capodoglio o la tartaruga spiaggiata per aver mangiato plastica. Per agire, però, occorre intervenire a livello di abitudini” spiega Eva Alessi, responsabile programma Consumi sostenibili del WWF, che quest’anno ha organizzato il Tour plasticfree 2019, per ripulire spiagge e fondali dalla plastica, lungo i litorali italiani, con 6 tappe fino al 31 agosto.

Come vengono sostituiti gli oggetti di plastica?

“Ogni giorno su ogni chilometro di costa si accumulano in media oltre 5 kg di plastica che è dispersa nel mare. La costa della Cilicia, in Turchia, è la più inquinata del Mediterraneo, ma anche altre comunità costiere sono particolarmente colpite. In molti casi si tratta delle principali mete turistiche come Barcellona, Tel-Aviv, Valencia, la spiaggia di Marsiglia e Venezia e le coste prossime al Delta del Po” denuncia il WWF, che in una sola giornata di volontariato, lo scorso 7 aprile a Palidoro, lungo il litorale nord di Roma, ha raccolto circa 1.500 kg di rifiuti nell’ambito della campagna #plastifree, per un totale di oltre 3.000 “reperti”. “Nelle spiagge delle località che hanno deciso di mettere al bando la plastica il primo passo è sicuramente quello di sostituire gli oggetti monouso in questo materiale con altri biodegradabili, come la carta, ma in realtà dovremmo fare un passo in più, usando per esempio bicchieri di vetro o posate di metalli o piatti di ceramica. Non possiamo pensare di sostituire 500 kg di piatti in plastica con altrettanti in carta, bioplastiche o bambù, perché se è vero che non rimarranno per 600 anni nell’ambiente, questi materiali devono essere coltivati, raccolti, lavorati e trasportati, con notevole inquinamento e impatto ambientale” spiega Eva Alessi.

Ogni settimana “ci mangiamo” una carta di credito

“L’obiettivo è rinunciare a qualche comodità. Ormai non c’è più spazio per i rifiuti: abbiamo trovato carte di caramelle alla Fossa delle Marianne. Ormai ognuno di noi ha dentro di sé microfibre di plastica: l’ultimo report ci segnala che ciascuno mangia ogni settimana l’equivalente di una carta di credito o una penna, pari a 5 grammi di plastica; ogni 3 settimane è come se ingerissimo un pettine” continua l’esperta. “Si parla molto delle cannucce, ma basta sostituirle con quelle in materiali biodegradabili: dovremmo semplicemente rinunciarvi e bere anche i cocktail dal bicchiere come facciamo per l’acqua” prosegue la responsabile consumi sostenibili del WWF, che a proposito dell’acqua ricorda: “Le raccomandazioni sulla salute ci ricordano che dovremmo bere almeno 1,5 litri di acqua al giorno, pari a una bottiglia da 20 grammi, che in un anno significano 7 kg di plastica buttati via per ciascuno: possiamo bere l’acqua del rubinetto che in Italia, salvo rare eccezioni, è controllatissima e sempre a disposizione”. Un altro esempio, infine, è dato dalle salviettine umidificate per le mani, per i bambini o per struccarsi: “È vero che sono comode, specie fuori casa, ma sono fatte di fibre plastiche che non si degradano” conclude l’esperta del WWF.

Elegante e Tenace: Benedetta Boroli

Benedetta è talentuosa e determinata. La sua passione per le scarpe nasce da bambina, curiosando nell’armadio della nonna tra decine di paia di calzature. 

È elegante e tenace Benedetta Boroli, nata a Novara 29 anni fa. Occhi castani intelligenti, modi gentili: la guardi e capisci che Kate Middleton può essere un gene del proprio patrimonio. Le idee chiare, da cui la tenacia, le ha acquisite invece con l’esperienza di chi sa che a volte conta più il viaggio che la destinazione. Così Benedetta salpa per quel mare che è l’Economia (e gestione dei Beni Culturali nel suo caso) e impara la sostanza delle cose. Poi un lavoro che è come un trampolino di lancio verso una nuova vita. Una vita fatta di scarpe ed eleganza, appunto.

La passione per i tacchi la eredita dalla nonna, una famiglia al femminile – mamma e due sorelle più piccole – fa il resto. Al liceo alterna ai compiti i primi bozzetti. Ma ci vuole di più. Così, sostenuta da parenti e amici, si iscrive alla Arsutoria e poi via verso un’esperienza a Padova. Tutto è pronto: nasce la prima linea per la primavera estate 2017 che prende il suo nome. benedetta boroli tutto corsivo e tutto minuscolo. “Il mio nome ha lettere ‘alte’, come i tacchi”, ci spiega. Simbolo del brand una freccia hi-tech che è sia emblema di un’altra sua passione (il tiro con l’arco), sia la summa del suo progetto, unire tradizione e innovazione.

Le scarpe realizzate da Benedetta sono infatti un sofisticato mix di materiali tecnologici, ancora poco utilizzati nel mondo della moda, alternati a texture più classicamente eleganti. Il risultato è una collezione che la rispecchia, ideale per chi, come lei, vive la città e sincronizza il passo a quello della metropoli. Non a caso tutti i modelli prendono il nome da Milano città dove vive e lavora.

3 aggettivi per descrivere le sue scarpe…
“Tecnologiche, eleganti, contemporanee”.

Si dice che le scarpe svelino la personalità di una donna … A che tipo di donna ti ispiri per le tue creazioni?
“Mi ispiro a tutte le donne che amano le calzature eleganti. Ma anche alle donne che corrono tutto il giorno, che lavorano, che non hanno il tempo di tornare a casa la sera a cambiarsi d’abito prima di uscire…” 

Sotto il jeans: decolleté o ballerine? 
“Assolutamente scarpe col tacco … sono un’elegante romantica”.

L’obiettivo: creare scarpe femminili e portabili adatte a una passeggiata in Piazza Castello come a una cena in Tortona.

Giorgio Armani

Giorgio Armani compie oggi 84 anni. Simbolo del made in Italy, lancia la sua prima collezione nel lontano 1975 ed ancora oggi continua a regalarci la sua arte caratterizzata da tradizione e artigianalità, famosa in tutto il mondo. Con una carriera lunga più di 50 anni ed innumerevoli successi alle spalle, ripercorriamo nel giorno del suo compleanno i momenti più salienti della sua professione!

Armani si affaccia al mondo della moda in maniera alquanto insolita. Il giovane piacentino, infatti, sognava inizialmente di diventare un medico. Solo dopo essersi iscritto all’Università capisce di non essere adatto a quel tipo di professione, ed è lavorando come vetrinista della Rinascente che scopre la sua vera passione! Tra una promozione e l’altra, diventa dapprima stilista per Nino Cerruti e, successivamente inizia a lavorare come freelance per altri brand.

La svolta avviene nel 1975, quando fonda insieme al suo socio Sergio Galeotti, la sua omonima casa di moda con sede a Milano. Pochi mesi dopo lancia la sua prima collezione di prêt-à-porter Primavera/Estate 1976. Inizia così la sua ascesa verso il successo che in poco tempo lo porterà ad espandersi oltreoceano, creando la Giorgio Armani Corporation.

Ad accrescere la popolarità di Armani è stato poi, il suo contributo nel mondo del cinema. Nel 1980 produce l’interno guardaroba di Richard Gere, protagonista di “American Gigolò”; ed ancora, disegna gli abiti per celebri pellicole quali “Il Cavaliere Oscuro”, “The Wolf Of Wall Street”, “Phenomena”, “Gli intoccabili”, “Cadillac Man”, “Ransom” e “The Counselor”.

Lo stile di Armani si caratterizza fin da subito per la sua semplicità ed eleganza, nelle forme e nel taglio delle iconiche giacche. Ma lo stilista, amante dei viaggi, più di una volta ha presentato collezioni ispirate proprio alle lontane terre e culture da lui stesso visitate. Dallo stile esotico a quello orientale, nel 1981 ha creato una collezione ispirata ai samurai di Kurosawa che ha riproposto in innumerevoli varienti nella Haute Couture, come nella collezione Armani Privè Autunno/Inverno 2011, richiamando accessori e motivi nipponici.

Con l’apertura della linea Emporio Armani, lo stilista sceglie poi di rivolgersi ad una clientela più casual. Differenziandosi dalla linea precedente, trae ispirazione dal mondo dello sport per concepire un nuovo stile, dinamico e giovanile.

Nel 2000 lancia poi a Parigi la sua linea di Haute Couture: Armani Privé. Con abiti lunghi e sontuosi, l’utilizzo di taffetà e cristalli, Armani dimostra ancora una volta la sua ecletticità nel passare dalla creazione di un capo daywear ad uno di alta moda.

In occasione dei suoi 40 anni di attività, nel 2015 lo stilista ha inaugurato a Milano l’Armani Silos. Uno spazio espositivo in cui si alternano mostre ed incontri, che nasce per celebrare l’arte, la moda e la creatività.

A distanza di anni, dunque, l’Impero Armani continua ad espandersi brillantemente, e per lo stilista la parola “fine” sembra ancora lontana!

La nuova felicità?

La nuova felicità? Restare offline. Per il bene di tutti. Se non usi lo smartphone al ristorante, ad esempio, il dolce è gratis nelle catene Le Pain Quotidien degli Stati Uniti. In alcuni hotel di lusso, come il Mandarin Oriental di New York, si può richiedere il servizio ‘no wi-fi’ fra le amenities e la ‘digital detox’ è nel menù della Spa, dove i telefonini vanno depositati all’ingresso (e all’uscita vengono riconsegnati puliti e lucidati). Chi ama il ‘fai da te’ può invece provare le nuove App per lo smartphone che frenano a monte il flusso di connessioni e il bombardamento social oppure passare al dumb-phone (cellulari vecchi stampo, senza connessione internet), come fanno sempre più manager e ricconi londinesi. 


Siamo troppo appiccicati al telefonino e dopo l’abbuffata digital seguirà la dieta. Il 2019 è infatti l’anno dell’astinenza digitale e delle vacanze dal telefonino? Niente internet, niente social, niente followers è il nuovo lusso per i sempre più numerosi ‘tecnofobici’ che non vogliono più essere sempre reperibili e vanno alla ricerca di nuovo relax, contemplazione, rapporti con gente in carne ed ossa e natura come fonte di felicità, pace e nuove forze. 

Il fenomeno è stato analizzato all’ultimo Global Wellness Summit (GWS)svolto a Cesena. Gli ‘scollegati’ nel 2018 sono scesi al 37%, erano il 50% nel 2017. Il lavoro richiede di essere sempre più reperibili e la fame da rapporti social fa il resto perciò non si riesce più a staccare gli occhi dallo schermo dello smartphone. Cresce così il popolo degli infelici digitali sempre sotto pressione. Ha dichiarato l’economista inglese Thierry Malleret al Summit di Cesena: “Non siamo tutti già tecnofobici ma il 2018 è stato l’anno del battesimo di chi, a forza di essere sempre reperibile o dipendente da internet, si sente male, più infelice e perfino meno produttivo. Il 2019 sarà quindi l’anno del recupero del proprio stato mentale restando ‘unplugged’. 

Il 59% degli americani si sente troppo distratto a causa del lavoro che lo segue con lo smartphone anche durante le vacanze, attesta una vasta indagine sulle famiglie in viaggio negli States condotta da Alamo Rent a Car. La percentuale media dei ‘sempre connessi’ nel tempo libero è scesa dal 36% al 27% nel 2018. Anche ‘condividere’ le proprie vacanze con i colleghi tramite selfie e fotografie postate sui social è in declino. I millennials sono i più ‘tecnofobici’ e i nati fra il 1980 e il 2000 che non si staccano mai dai social anche durante le ferie sono scesi dal 68% al 38% in un anno.


Spiegano gli analisti del report GWS: “La reazione contro Big-Tech è appena iniziata. Aumentano le ricerche che attestano i disastrosi effetti delle connessioni digital e social costanti sul nostro cervello e sulla felicità. Siamo al punto che la tech-addiction è pari alla dipendenza da fumo di una decina di anni fa’, in cui si assistiva ad una iniziale riluttanza dei cittadini a riconoscerne gli effetti negativi sulla salute ma anche ad una presa di coscienza che è aumentata di anno in anno. Il mondo del wellness di lusso quindi si focalizza sempre di più su questo aspetto e offre soprattutto tempo ‘off’ e cure per digital addicted”.

Il business del benessere abbandona la tecnologia e prende una piega perfino monastica in nome del silenzio rigenerante e trattamenti rilassanti a zero innovazione hi-tech, niente wi-fi e niente social. Il report mondiale cita l’Italia come fonte per ritemprarsi dall’overdose di smarpthone: dall’ Eremito di Parrano, monastero ristrutturato vicino ad Orvieto che propone pacchetti silenzio, nessun wi-fi, sale illuminate da candele e ‘ritiri benessere’ di 50 ore, al faro di Capel Rosso, sull’Isola del Giglio, che offre corsi di digital detox immersi nella natura. Aumenta inoltre il numero dei club del fitness, dei centri yoga, tai-chi e di meditazione in cui è caldamente sconsigliato l’uso del cellulare. 


Per contenere il generale e crescente malcontento ‘digitale’ è possibile infine modificare le impostazioni del proprio smartphone con applicazioni anti-social. Di successo l’App ‘Off the Grip-digital detox’ che filtra l’uso del cellulare a cena, la notte e blocca il tempo in cui si è online se si supera il limite stabilito. Supera i 100.000 download l’App ‘Stay Focused – App Block’ che aiuta a concentrarsi sul lavoro o durante lo studio bloccano i social a tempo. Il business si fa interessante tanto che anche la rinomata giornalista fondatrice dell’Huffington Post, Arianna Huffington, ha fiutato le nuove dipendenze digitali fondando l’App ‘ThriveAway’ per settare limiti orari ad email, Apps, notifiche e tempo passato avanti allo schermo.