Excellence Fashion Diaries: Calicanto Luxury Bags, la Linea Sottile tra Moda e Architettura.

Ci sono quegli oggetti magnifici, che piacciono perché non sono solo belli, ma sono interessanti, sono irresistibili e desiderabili come un’opera d’arte. Il libro Il lato oscuro del design mette in luce quei prodotti appunto definiti paradossalmente di design, quando in realtà non adempiono alla loro vera funzione d’uso pratico che migliora un’azione quotidiana, ma svelano solo la propria anima estetica, elitaria. Uno fra tutti? Lo spremiagrumi di Philippe Starck, un esempio di oggetto cult la cui appartenenza ne comunica uno status symbol e la soddisfazione del desiderio del fruitore.

Così, questi prodotti fanno breccia nel cuore delle persone per le implicazioni emozionali che celano. Vi chiederete, che legame c’è tra il titolo e la prima parte dell’articolo? Mi è venuto in mente il libro di Dario Russo, quando ho letto un’intervista di Pietro Leonardi. Architetto per professione e direttore creativo per passione di Calicanto, brand di borse luxury di famiglia, Leonardi ha affermato che il marchio intende essere riconoscibile con garbo discreto, senza ostentazioni, desiderabile come un oggetto di design di cui ci si innamora per la forza evocativa che ha in sé. Senza perdere di vista la funzione contenitiva, quella primaria, di una borsa.

Se questo è dunque l’obiettivo di Calicanto, devo ammettere che personalmente con me è riuscito a raggiungerlo. Ho scoperto il marchio in una pagina di uno dei magazine mensili che sfoglio abitualmente, in una campagna pubblicitaria dove l’heritage veneziano dialoga con l’allure blasé della modella che mostra la borsa Mini Flap green rafia.

Calicanto sintetizza il mix di cultura della pelletteria di una famiglia di artigiani di Riviera del Brenta, combinandolo con le tecnologie avanzate. Emblema della squisita manifattura Made in Italy, la collezione della label è scandita da ricerca e design. Si riconosce una certa futurabilità dei modelli, risultato del background tecnico-progettuale di Leonardi.

L’ispirazione è Venezia in tutte le sue sfumature e complessità: dal blu delle fodere delle borse uguale a quelle delle coperture delle gondole fino ad alcuni nomi degli accessori: vi sono Lido, dal dettaglio in legno, e Biennale, una it piece dalle linee tridimensionali in cui il pellame è tagliato e assemblato manualmente attraverso una lavorazione di alta manifattura. La collezione Autunno Inverno 2020-21 esplora invece il rapporto della città lagunare con la capitale bizantina Costantinopoli.

Poche linee composte da variante caratterizzano la selezione di Calicanto, che per la stagione primaverile 2020 ha introdotto tinte pastello: Biennale e Lido sono proposte nelle nuance aloe, gardenia e acquamarina.

Micro-architetture in pelle: quel che si dice un alleato di stile al quadrato per cosmopolite che amano lo stile deciso!

L’albergatore svizzero ha avviato i lussuosi pacchetti di quarantena “Covid-19” forniti con un test antivirus

Con il rallentamento economico, uno dei settori più colpiti comprende l’ospitalità. Gli hotel di tutto il mondo stanno sperimentando un calo delle vendite, tuttavia, Le Bijou Hotel & Resort ha deciso di combattere questo con l’innovazione. Nel proteggere i ricavi, la catena del lusso ha introdotto quello che definisce il pacchetto esclusivo “Covid-19”. 

Rivolto a clienti facoltosi che desiderano mettere in quarantena con stile, il “Covid-19 Service” include un soggiorno di lusso con consegna di pasti e servizi medici, compresi i test antivirus. Gli ospiti possono effettuare il check-in e il check-out automatici con una minima interazione con il personale dell’hotel e persino usufruire dei servizi medici in camera forniti su chiamata da Double Check, una clinica sanitaria privata in Svizzera. I servizi sono disponibili negli hotel di Le Bijou a Basilea, Berna, Ginevra, Lucerna, Zugo e Zurigo e includono $ 500 – test del CORONAVIRUS, $ 1.800 – check-in infermieristico due volte al giorno e $ 4.800 – assistenza infermieristica 24 ore su 24.

Commentando l’accordo esclusivo, Alexander Hübner, CEO e co-fondatore della catena, ha dichiarato: “All’inizio di marzo, i ricavi sono diminuiti in modo significativo. Abbiamo detto, va bene, dobbiamo reagire immediatamente a questo. ” Ha inoltre aggiunto: “All’inizio avevamo solo due richieste al giorno. Ora è aumentato fino a quattro, cinque, sei al giorno, e abbiamo appena iniziato, credo, una settimana, 10 giorni fa. ” .

Coronavirus. Pensando al futuro. Pasquale Torrente: ecco come cambierà il Convento

È proprio in questo momento di inattività forzata che occorre progettare il futuro. E Pasquale Torrente sta già pensando a come rinnoverà il suo Convento di Cetara.

Di lui abbiamo conosciuto la spontaneità e quella capacità istintiva di leggere il suo tempo Pasquale Torrente è uno dei grandi cuochi di tradizione; uno di quelli che hanno saputo rinnovarsi, migliorare, e apportare continui aggiustamenti senza mai perdere la rotta, da bravo uomo di mare. Del resto lui il mare ce l’ha a un passo, in quella Cetara che ha contribuito a rendere familiare in Italia e fuori, anche grazie alla lunga collaborazione con Eataly che lo ha portato qua e là per il mondo. “Sto sempre con la valigia, e ora mi sono dovuto fermare: in 10 anni è la prima volta che dormo per più di un mese nello stesso letto” dice, raccontando di una vita da globetrotter della cucina, “c’è stata una sovraesposizione che ha fatto bene a tutti, soprattutto a me”.

Il rientro a Cetara

Oggi la scelta è di fermarsi in un orizzonte più intimo, lasciando il palcoscenico internazionale per tornare a Cetara e a una dimensione più familiare: “usciamo da Eataly, lo avremmo annunciato proprio in questi giorni” spiega. Poi il coronavirus ha scombinato questi ed altri piani. Ma intanto la direzione è chiara: torna per riappropriarsi di ritmi più tranquilli e per rispetto dei sentimenti: “sono diventato nonno, voglio godermi la mia nipotina”, ma anche per accompagnare un cambio generazionale alla guida del locale, con il figlio Gaetano in cucina e lui in sala, a fare gli onori di casa. Sarà lì per accogliere, consigliare e creare un servizio che non si esaurisce nel piatto ma accompagna tutto il pasto, in cerca di un’interazione frutto di una innata energia comunicativa. “Ora più che mai il rapporto umano è limitato, credo che dopo si tornerà al contatto; noi abbiamo la fortuna di trasmettere un bel calore umano, una cosa che oggi ci manca moltissimo e speriamo di riprendere quanto prima”. E di farlo sotto le volte del Convento, anche grazie a quella cucina che è lì a un passo, un ben visibile a chi vuole coglierne lo spettacolo. Una decrescita per crescere” lo chiama questo rientrare a casa. Un’esigenza che non si ferma sulla soglia del ristorante, ma entra anche in cucina.

La semplicità aumentata del Convento

La chiusura forzata imposta dall’emergenza Covid-19 lo trova deciso a rimodulare, ancora una volta, il suo Convento, e ancora una volta farlo senza cambiarne l’anima. “La mia cucina bene o male è sempre stata quella: territorio, prodotti poveri. Eravamo già su questa strada”. Ora però preme sull’acceleratore (o forse il contrario, chissà), per arrivare a quella semplicità aumentata che è il futuro del Convento. “In questo momento c’è da riflettere su tutto”, cercando di immaginare come sarà dopo, e interpretare il futuro che verrà. Così che questo tempo fermo si trasformi in un tempo pieno di opportunità, nonostante tutto. “Se uno si mette a pensare ai danni che ha avuto, non si muove; invece bisogna pensare a come fare incoming e come fidelizzare i clienti”.

Il ristorante che verrà

Pensiamo a tutto: “magari prima la pizza la facevi solo a cena, e ora ti chiedi se non sia il caso di farla anche a pranzo, per esempio”. Oppure di cambiare volto ad alcune proposte storiche. “Lo abbiamo già cominciato a fare, con gli antipasti in condivisione”, le amate alici, per esempio “con pane e burro, con provola, marinate, alla scapece o in forma di polpettina”. E poi i crudi di pesce: “avrà ancora senso avere in carta un piatto a 25 euro? Magari puoi pensare a fare degli assaggi, tipo tapas, a un prezzo più basso”. Prodotti dell’orto e non quarta gamma Il tutto orientato a una maggiore fruibilità, a contenere i costi, a minimizzare gli scarti, “usare tutto, ogni parte, bucce e ritagli inclusi. Gli scarti di una grande ricciola li usi per una puttanesca. Lo fanno anche nei grandi ristoranti, gli stessi che negli ultimi tempi hanno cominciato a usare anche cose meno costose: una volta c’erano solo astici e aragoste, poi sono arrivati sgombri e altri prodotti meno nobili” anche perché ci sono costi fissi da ammortizzare. “Anche per quello dovremo valutare bene come organizzare il lavoro di tutti”.

La cucina, invece?

Parola d’ordine: semplicità. Ma non senza consapevolezza del valore di certe tradizioni e delle potenzialità di tecniche e conoscenze attuali: “Parliamo sempre di vedere la tradizione a 10 km di distanza come dice Massimo (Bottura, ndr). E allora il nostro polpo arrosto lo mettiamo con una crema di melanzane arrostite fatta da Gaetano con tecniche nuove. È lo stesso principio della genovese di tonno”. E poi via, a raccontare ricette su ricette: dallo spaghetto con i ricci “che si farà con le cozze appena aperte, che hanno la stessa cremosità e sono perfette se le sai aggiustare nella sapidità”, all’aglio olio e peperoncino “facciamo tre cotture: una prima in cui bruciamo aglio, poi una seconda a metà e quella finale in padella, con altro olio e aglio fresco. È divertente e buona. Ma semplicissima”. E poi la polpetta di totani e patate – “meno filetti e più polpette” dice – che rilegge la grande tradizione della Costa d’Amalfi, con una salsa ketchup campana, con San Marzano, alici sotto sale e un po’ di colatura, e il pesto cetarese, “una cosa interessantissima”: menta prezzemolo basilico e colatura di alici. E continua con la pasta con fondo di tonno e buccia di limone “Era una grande ricetta del mastro Cosentino, il papà di una generazione di cuochi campani. È lui che ha insegnato a usare a 360 gradi tutti i prodotti che si hanno in cucina”.

Bere il territorio

Un ritorno alla centralità del territorio anche in cantina: “stiamo pensando a fare una carta con i vini della Costa d’Amalfi, ci ragionavamo su da un po’, ora siamo convinti. Anche perché” aggiunge “le persone quando si spostano vogliono bere i vini locali”. Un modo per farsi ambasciatori della propria terra e diventare un riferimento per i produttori locali, senza per questo dimenticare gli Champagne o altri vini più importanti.

Cambio di prospettiva

“Siamo tornati con i piedi per terra” dice spiegando, con un paragone che gli è caro, che è come per un calciatore quando si spengono i riflettori a fine carriera, “non essere più al centro dell’attenzione può metterti in crisi. Ora è così per tutti” riflette. E continua “ci siamo resi conto finalmente che non siamo niente. Che da un giorno all’altro si può capovolgere la nostra vita, le nostre abitudini, il nostro quotidiano. È dura, ti rendi conto che alla fine non siamo niente. A volte ci sentiamo immortali e non lo siamo”. Un cambio di prospettiva? “Sì, per noi e spero per i clienti, a loro dico ‘venite con meno astio al ristorante’: sedetevi con la tranquillità, e se sbagliamo qualcosa ditecelo subito, cerchiamo di correggerci, magari ci beviamo un bicchiere insieme.

Cerchiamo di stare bene. In fondo” conclude “facciamo solo da mangiare, non siamo medici, non salviamo vite umane”.

Al Convento – Cetara (SA) – piazza S. Francesco, 16 – 089 261039 – www.alconvento.net

Ispirazione femminile secondo Hebe Studio

Hebe Studio – Gea Antonini, Federica Croce e Laura Zama sono tre designer italiane che hanno scelto di creare tailleur da donna, abilmente confezionati su misura e basati sulla tradizionale sartoria maschile, aggiungendo un tocco divertente e femminile.

Hebe Studio – L’idea di abito femminile è decisamente cambiata. Non è solo per uomini. Non è più relegato a occasioni formali e super eleganti e si sposa benissimo con tutti i momenti della vita quotidiana.  La diversità di tessuti, colori e tagli rende l’abito adatto ai vari impegni della giornata, a lavoro e non, versatile e soprattutto pratico. Si può giocare con gli accessori e diversificarne l’uso in base alle proprie esigenze. L’abito può essere abbinato al tacco a spillo per una cena romantica o un evento serale e anche a sneakers sgargianti durante il giorno.

Ciò fa capire come la donna può essere elegante e femminile restando comoda e sentendosi sempre sé stessa nell’abito che sceglie di indossare.

Una donna vestita Hebe Studio non passa mai inosservata. È una donna indipendente, fine che vuole sentirsi unica.

Stilisti e designer dovrebbero essere un’ispirazione, una guida, ma in nessun modo dovrebbero imporre la propria creatività. Questo è quello che Gea, Federica e Laura hanno deciso di perseguire la loro passione condivisa e credere nel loro sogno. Alla base di tutto una grande intuizione, un concept solido. Essere una guida, un’ispirazione e dare spazio all’idea di unicità. Non imporre il loro stile di design ma creare una linea continua tra l’abito e la donna che lo indossa.

Hebe Studio intuisce un nuovo modo di personalizzare: portare il processo di progettazione più vicino alle donne, per far esprimere il proprio stile e la propria creatività.

Ispirazioni

The Hebe Suit è una reinterpretazione dei classici abiti da uomo: nuovi stili, colori e tessuti. Esaltare l’indipendenza, l’eleganza e la femminilità di una donna, senza mai trascurare la praticità richiesta per la sua routine quotidiana.  Un abito ben fatto è versatile e adattabile ad ogni occasione. È un classico eterno, per ogni stagione e ogni donna. Le combinazioni di colore e tessuto sono le caratteristiche fondamentali.

Sartoria made in Italy

La modernità abbraccia la tradizione artigianale per garantire la migliore qualità. I designer lavorano a fianco di sarti tradizionali e seguono personalmente il processo di sviluppo di ogni singolo abito, dall’inizio alla fine: dalla selezione dei tessuti alla combinazione dei colori, e rivedere tutti i dettagli fatti a mano per garantire una vestibilità perfetta. Scegli tra diversi tessuti e infinite opzioni di colore.

Bentley ha aperto un raffinato ristorante pop-up sulla montagna più alta degli Emirati Arabi Uniti

Bentley ha recentemente creato un ristorante di lusso pop-up per i suoi clienti sulla cima della montagna più alta degli Emirati Arabi Uniti, Jebel Jais. Appropriatamente chiamato “The Peak of Luxury”, è stato costruito per celebrare il lancio in Medio Oriente della nuova Continental GT e del SUV di lusso Bentley Bentayga V8. In stile tenda araba, fu aperto per soli sette giorni e servì un menu appositamente progettato di piatti classici britannici con un tocco mediorientale, creato dal famoso chef Colin Clague. La lussuosa sala da pranzo Bentley si trovava a 1.934 metri sul livello del mare e il percorso per raggiungere la posizione è costituito da alcune delle più belle strade tortuose delle colline che gli Emirati Arabi Uniti hanno da offrire.

Il menu di cinque portate nel ristorante includeva prelibatezze britanniche come il salmone scozzese Lock Fyne, bistecche di manzo britanniche e budini dello Yorkshire. Bentley ha affermato di voler “dimostrare i livelli di lusso su misura che Bentley offre attraverso esperienze davvero straordinarie” e “descrive la posizione come una” sala da pranzo di lusso “con mobili contemporanei e spettacolari viste panoramiche sulla cima della montagna. “Lavorare con Bentley – che è un’icona britannica – per un progetto così innovativo è stata un’esperienza davvero unica”, ha affermato Colin Clague, che si è preso una settimana di distanza dal suo ruolo di chef esecutivo presso Ruya a Mayfair. “Nel corso della mia carriera ho lavorato in molte cucine in molti paesi del mondo, ma non ho mai servito la cena in un ristorante completamente su misura sulla montagna più alta degli Emirati Arabi Uniti.

Coronavirus:"Le aziende ora pensino a nuove forme di comunicazione"

Lo sentiamo per commentare l’emergenza Coronavirus che ha investito tutta l’Italia e che sta modificando il tessuto economico. Anche quello delle aziende del food e beverage. Il rinvio di tutti gli eventi enogastronomici sarà una grave conseguenza per le aziende di settore: “E’ un po’ presto per dire che cosa potrebbe cambiare -, ma siamo tutti d’accordo nel sostenere che piangersi addosso è la cosa più facile e inutile del mondo”. Dovremmo cercare di trovare delle buone opportunità da una grave situazione di emergenza: “in generale la comunicazione, anche a causa di questo evento, sarà soggetta a importanti cambiamenti.

Dal punto di vista della comunicazione l’Italia è molto arretrata rispetto a molti altri paesi del mondo. Sappiamo tutti che la pubblicità classica sta attraversando una grossa crisi. Questo perché nel nostro paese non siamo stati in grado di sfruttare le opportunità che internet e i social ci consentono. Tutto quello che siamo stati in grado di fare, e mi riferisco anche al settore enogastronomico, è stato quello di trasferire le pubblicità classiche nei social. Una cosa inutile. Perché in realtà bisognava imparare prima il loro linguaggio, e soprattutto quello dei video”.

“In rete circolano video bellissimi, ma non sono nostri, sono di paesi come gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra. La mia impressione è questa. Da un lato questa emergenza Coronavirus il segno lo lascerà. Perché ci saranno pochissimi eventi enogastronomici in giro per l’Italia.

A quel punto il mondo enogastronomico dovrà pensare a nuove forme di comunicazione”. Che possono andare in due direzioni complementari ed opposte allo stesso tempo: “Da una parte la rinuncia da parte delle aziende ai grandi numeri – dice – quindi la scelta di lavorare con poche persone, invitarle magari in cantina, nelle enoteche, appuntamenti con pochi opionion leder o pochi buyer, quasi inviti ad personam; dall’altro un recupero dell’advertising tradizionale, ma non per mandare in tv i soliti spot che in Italia sono inguardabili da oltre 20 anni, ma utilizzando le strategie e le tecnologie che la rete ci garantisce”.

Ed ecco le nuove sfide che le aziende devono affrontare: “Uno spot non può mai darci una sensazione gustativa reale – dice – ma proprio qui sta la sfida alla comunicazione. Ci sono dei settori che lo hanno saputo risolvere in maniera egregia. Ci riescono con quella che viene chiamata sinestesia, ossia riescono a fornire delle sensazioni gustative a partire dalle immagini; penso per esempio alle aziende che producono caffé o merendine, oppure il cioccolato. Ma guardando non solo al mondo del food e beverage, anche il campo dei profumi riesce a darci, attraverso gli spot, delle sensazioni olfattive. E allora perché non provare con il vino? Certo, c’è un vincolo semiotico, perché un’immagine è un’immagine e il gusto è il gusto. Ma questo deve essere il nostro punto di partenza, non di arrivo. Il limite che deve essere pensato come una sfida da affrontare e sperabilmente vincere”.

Insomma è tempo di cercare nuove strategie di comunicazione, e bisogna farlo con i professionisti della comunicazione.E bisogna muoversi in fretta: “Sto notando come le aziende in questo momento investano sempre meno in comunicazione.

Questo perché stanno usando quell’onda lunga che anni si chiama “gastromania”, cioè il fatto che i prodotti dell’enogastronomia si vendono un po’ per moda. Ma le mode ad un certo punto passano. E allora poi non si saprà più come fare, come vendere.

“Care aziende, guai a stare fermi adesso. Ecco le parole chiave per difendersi”

Semplicità, sobrietà, autenticità e socialità. Ecco le parole che saranno “protagoniste” del dopo emergenza-coronavirus che ha rivoluzionato l’Italia e gli italiani. Da un primo momento di confusione, gli italiani stanno tentando di sviluppare una sorta di vita in digitale. E sono aumentati, proprio negli ultimi giorni, gli acquisti di smartphone, pc e televisori. Segno che gli italiani si stanno attrezzando per rimanere in casa. “E’ normale, però che ci sia una contrazione dei consumi su tutti i fronti. Ci si ferma ovviamente. Ma di fronte a questa situazione la reazione non può che essere emotiva, questo perché non ci sono certezze, c’è un continuo cambiamento delle abitudini giornaliere su quello che si può fare o non può fare, si guardano le foto della gente in fila davanti ai supermercati.

Ma lo sguardo è ormai proietato al futuro, quando questa emergenza sarà solo un brutto ricordo. Tutto tornerà come prima? “Cito Giampaolo Fabris e il suo libro “La società post-crescita. Consumi e Stili di vita” pubblicato nel 2010, che racconta tutto quello che è successo dalla grande crisi del 2008. Come sono cambiati e in maniera radicale, i comportamenti dei consumatori. La ricerca del superfluo, l’eccesso del lusso, la fedeltà alle marche sono tutte cose che vengono completamente meno. Ecco, credo che questo è quello che potrebbe accadere quando passerà l’emergenza coronavirus.

Si accentueranno alcune cose, in particolar modo i consumatori andranno a cercare la semplicità, la sobrietà e l’autenticità. Penso ai prodotti biologici, naturali, fatti in casa, fatti bene, del territorio, insomma tutte cose che garantiscono autenticità del territorio e che saranno di grandissimo interesse”.

Si manifesterà soprattutto nel tessuto agroalimentare, che ha una grande valenza emozionale, simbolica e psicologica. “Se dovesse continuare questa emergenza sarebbe la recessione economica più grave della storia dell’umanità”. Rimane il problema di cercare di capire come fare a sapere qual è “meno a più valore””.

Intanto le aziende non possono rimanere con le mani in mano: “Ci sono troppe aziende silenti e questo è un suicidio. Le aziende, intanto, possono fare due cose: da una parte cercare di trovare alternative distributive, come il delivery però supportato da piattaforme digitali, quindi dei siti ben fatti e fruibili. Mi pare che sia necessario fare un lavoro importante sull’e-commerce che poi rimarrà come eredità.

La seconda cosa è la brand reputation. Se l’azienda blasonata non vuole finire nella gdo, deve dare delle alternative al suo cliente. Ecco allora una situazione di brand reputation, cioè devono dirmi dove trovare, per esempio quel vino, comunicare dove poterlo andare a prendere, quali sono le enoteche che ce l’hanno, se fanno delivery. Insomma bisogna attrezzarsi per dare informazioni. La brand reputation, però, si costruisce nel tempo”.

SMART WORKING, COSA È E PERCHÈ PUÒ ESSERE UNA POSSIBILITÀ IN TEMPI DI CORONAVIRUS

Cambiamento culturale e vantaggi per l’ambiente

“C’era una volta, neppure tanti anni fa, l’ufficio tradizionale, dove si doveva tutti essere presenti alle 9 al massimo, e dove tutti gli impiegati lavoravano fino alle 18, timbrando un cartellino cartaceo quattro volte al giorno”. Il Lessico della Felicità”, un manuale nato con l’obiettivo di spiegare attraverso 33 parole chiave come affrontare lo stravagante disturbo che è la vita, compresa quella lavorativa. L’idea che ci debba essere una presenza fisica in ufficio è  ancora nella testa di molti: una azienda italiana su due non ha mai preso in considerazione l’ipotesi – se non in questa situazione di emergenza da coronavirus – che i suoi dipendenti possano lavorare con lo smart working. 

Lo smart working, qui sta l’opportunità e al tempo stesso la difficoltà, non è solo una possibilità tecnologica come si pensa comunemente: in realtà presuppone un approccio manageriale nuovo in cui le persone godono di autonomia nella scelta di dove lavorare (da casa, in un coworking, in un caffè) e di quando lavorare, perché sono responsabilizzati sui risultati e non oggetto di micromanagement come faceva il capufficio di qualche decennio fa.

Quali sono i vantaggi? Per l’ambiente è evidente che far lavorare una percentuale maggiore di persone da remoto ha un impatto ambientale positivo molto forte: traffico, emissione di CO2, trasporti pubblici meno ingolfati, ecc. Inoltre, lo smart working è percepito come un vero e proprio benefit dai lavoratori, che già in fase di colloquio porta a preferire le aziende che lo offrono regolarmente.

Per le aziende questa modalità di lavoro è invece il frutto di una nuova cultura manageriale che, a fronte di una maggiore responsabilizzazione del lavoratore, offre più flessibilità e autonomia: lo smart working richiede quindi non solo un cambiamento tecnologico, ma un vero e proprio cambiamento culturale nella leadership. Presuppone infatti una riflessione organizzativa in cui i vecchi modelli di postazione di ufficio fissa e di orario imposto non funzionano più, a fronte dei cambiamenti che il nostro modo di lavorare ha avuto negli ultimi anni, prima fra tutte con la digital transformation. 

E’ dimostrato dagli studi, a fronte di questo maggiore empowerment del lavoratore, un impatto positivo sulla produttività, e anche un risparmio di costi: le aziende non devono più prevedere sedi monstre, con una scrivania per ogni singolo lavoratore, ma spazi condivisi più piccoli, sulla base del bisogno effettivo di essere presenti in azienda. Il pregiudizio che lo smartworker non lavori, paura di manager con uno stile fortemente orientato al micromanagement, è assolutamente infondato, dice l’esperto, è vero il contrario.

LENNY KRAVITZ DESIGNER A NEW YORK DI UN CONDOMINIO DI LUSSO

Edificio su 75 Kenmare è a due passi da Little Italy a New York.

In un mondo dove tutto è ‘cross-contamination’, perché non mischiare musica e design? Ci ha pensato Lenny Kravitz, factotum della musica, che ha disegnato gli interni di uno degli ormai tanti condomini di lusso a New York. Si tratta di ’75 Kenmare’, situato sull’omonima strada e numero civico, a NoLita (North of Little Italy), quartiere una volta popolato da squatter e ora diventato l’ultimo di quelli chic della Grande Mela, abitato soprattutto da ricchi millennial e Generazione Z.

75 Kenmare è stato progettato da Andre’ Kikoski, l’architetto di One Hudson Yards, mentre per Kravitz si tratta del primo progetto residenziale newyorkese per la sua azienda di design Kravitz Design fondata nel 2003. Per la società immobiliare DHA Capital che ha costruito l’edificio sfruttando un ex parcheggio-garage si trattava di trovare un designer che avesse conoscenza della zona e che potesse trasmettere il vibe del downtown cool. Non hanno dovuto cercare lontano visto che non a caso la Kravitz Design ha i suoi uffici a solo pochi isolati di distanza, su Crosby Street, a Soho. Kravitz, che tra le altre cose da giovane bazzicava a NoLita, è stato l’anello di congiunzione tra il quartiere e la visione dell’edificio. “Si trattava di restituire un po’ del sapore originario della downtown che ho vissuto negli anni ’80 – ha detto Kravitz in un’intervista -. Ricordo ancora quando tutti i miei amici occupavano loft che oggi costano 10 milioni di dollari l’uno!”.

Il designer ha quindi combinato quel senso di trasandato che caratterizzava il quartiere nel passato con le rifiniture di lusso che sono quasi di rigore della maggior parte degli edifici di lusso di Manhattan. 75 Kenmare è composto da 38 appartamenti su sette piani con un rooftop e un giardino terrazzato al secondo piano. Cosa caratterizza il design? “Ho voluto che fosse volubile, sexy e caldo” – ha detto Kravitz. Lo stile del design è un retro-feel con il vecchio che incontra il nuovo e cosi Kravitz, mantenendo fede all’ispirazione ’70 e ’80 della sua musica, mixa superfici lucide e dettagli eleganti a materiali e finiture più grezze, accostando ad esempio pareti a mosaico e superfici in nudo calcestruzzo. Non manca un tocco di Made in Italy con i piani cucina realizzati con marmo italiano. Gli appartamenti, inoltre, hanno grandi finestre che inquadrano lo skyline di New York.

L’edificio ha anche diverse amenità, tra queste una palestra, un garage all’avanguardia e negozi al piano terra. I prezzi degli appartamenti oscillano tra oltre un milione e 700mila di dollari a circa 12 milioni per un attico. Gli inquilini di 75 Kenmare, oltre ad avere il privilegio di vivere un appartamento dove aleggia il tocco artistico di Lenny Kravitz hanno anche a portata di mano alcuni dei ristoranti più alla moda della città, tra cui molti italiani, e negozi alla moda frequentati da trendsetter.


FRAGRANZE PER AMBIENTE, ARRIVANO QUELLE ANTIBATTERICHE

Nella moda e nel lusso c’è un nuovo trend, quello dell’emotional branding”. Multisensorialità è la parola chiave che sempre più viene usata per descrivere l’approccio a clienti e utenti e garantisce esperienze immersive ed emozionali che coinvolgono tutti i sensi per ottenere stati di benessere, ma anche per spingere al riacquisto, spendere di più, fidelizzare ad un brand.


Tra tutti i sensi, quello che maggiormente crea ricordo lasciando un incisivo imprinting nella memoria è l’olfatto. Alcuni test scientifici dimostrano che il nostro cervello dopo sei mesi ricorda molto più facilmente un aroma che un’immagine e che il nostro umore migliora del 40% grazie a una piacevole fragranza.

In particolare, le note di testa di un profumo rimangono impresse nella memoria, le note di cuore sono quelle che evocano emozioni, quelle di fondo creano un legame che rimane nel tempo. Gli odori, tramite gli umori e le emozioni, condizionano i processi cognitivi, che rappresentano il secondo mezzo attraverso cui i profumi agiscono sul comportamento. Il marketing olfattivo quindi, si presenta come una efficace arma competitiva efficace per i retailer in tempi in cui gli acquisti in Italia e nel mondo avvengono principalmente online.

I giapponesi hanno scoperto prima di altri le proprietà del profumo per accrescere la produttività, ridurre gli errori e lo stress, favorire l’armonia tra le persone e stimolare la creatività. In Giappone infatti il profumo è diffusamente impiegato nell’ambiente di lavoro, la Borsa di Tokyo da anni diffonde nel pomeriggio una profumazione alla menta per restituire energia agli agenti.


Lo sa bene Lorenzo Cotti CEO di Integra Fragrance, eccellenza italiana che dal 2006 sviluppa identità olfattive per ambienti di prestigiosi brand il 48 paesi del mondo, che spiega: “Oggi le fragranze per ambiente non sono solo usate nel lusso e nel retail, ma anche nell’industria alberghiera, ospedali, compagnie aeree, banche, uffici pubblici, eventi, trasporti urbani. Oltre a donare esperienze multisensoriali infatti, molte delle essenze usate nello sviluppo di un profumo possiedono forti attività antibatteriche. Se contenuti all’interno di una fragranza diffusa in ambiente, gli oli essenziali, fra gli altri, di cannella, origano, timo, chiodi di garofano, citronella, tea tree, litzea cubeba sono in grado di ridurre la presenza di batteri lieviti e funghi fino all’80%. Senza aggiungere alcun componente chimico quindi”, conclude Cotti “profumare l’aria con fragranze che contengono queste sostanze garantisce un’azione battericida naturale al 100%”.