SENTIER: “Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere”.

In un momento dove non serve più nulla e tutti hanno tutto, anche un paio di babbucce può fare la differenza. L’azienda trevigiana Sentier propone la sua collezione rispettano tradizioni e territorio. Totalmente Made In Italy, un tempo si realizzavano in casa, con stoffe di recupero di vecchi abiti dismessi ed utilizzando come suola vecchi copertoni di bicicletta, e oggi come allora sono realizzate artigianalmente per Sentier con stoffe selezionate di alta qualità, cucite e confezionate interamente a mano evitando l’uso di colla. La suola in gomma riciclabile, trapuntata con filo cerato, riproduce fedelmente il vecchio copertone di bicicletta.

Credo in un artigianato rinnovato e capace di mantenere intatta la propria identità nel tempo», racconta la fondatrice di Sentier, ex buyer di moda che nel 2007 ha creato la sua piccola azienda specializzata in scarpe per la montagna: le mitologiche pedule, realizzate interamente a mano da una famiglia di artigiani di Montebelluna, la patria di questo genere di calzature.

Tutto è iniziato grazie all’incontro con il marito Nicola, vigile del fuoco, che ha ispirato e supportato il progetto. «Mi ero innamorata  di un suo paio di pedule acquistate più di 30 anni prima: ormai introvabili. Dopo molti mesi di ricerca, però, finalmente sono riuscita a rintracciare l’artigiano che le aveva “prodotte” con le proprie mani e che, ritrovando le forme ormai dimenticate da tempo, è riuscito a creare prima il mio 37 e poi una piccola collezione da distribuire nelle località turistiche montane, il mio primo cliente a Cortina d’Ampezzo, oggi Sentier è presente nel mondo e accanto alle pedule, vendono le tradizionali babbucce friulane.

Nell’ultimo anno è stato inaugurato anche l’e-commerce “fatto su ordinazione”, che permette da un lato di soddisfare i clienti più lontani geograficamente ma anche di supportare i punti vendita già esistenti. «Il tutto spiegano perseguendo l’obiettivo principale, ossia contribuire a salvaguardare il nostro artigianato, specialmente nell’era della delocalizzazione, della produzione e globalizzazione di prodotti che risultano senza “anima”.

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